Il vizio del pensiero

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In questa sezione saranno recensiti CD, libri, lavori teatrali

e quanto altro riguarda arte, cultura e spettacolo.

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ilviziodelpensiero@yahoo.it

 

Lo staff del sito si riserva il diritto, prima della pubblicazione, di selezionare quanto ricevuto

 

 

 

 

Indice    (cliccare sul titolo)

 

>   Lezione-spettacolo sul Teatro-Canzone di Gaber/Luporini

       Liceo Scientifico "Bramante" Magenta (MI), 28.05.2008  (redazionale)

 

 

>  "Poesia come eresia"  Intervento di Gianni D'Elia al Poesia Festival 2007  (a cura di R.d.B.)

 

 

 >  Luigi Mariano ai "Glory days" di Rimini, 21.0.07 (di G.L.A.)

 

 

  "Tributo al Teatro Canzone di  G.Gaber e S.Luporini"

       con Gian Luigi Ago, Eugenio Alfano, Claudia Bellucci

       e concerto di Giulio D'Agnello e Meme Lucarelli

       ACRI (CS) 03.01.2007 (redaz. 2007)

 

  Havana Football Club (di G.L.A.)

 

 

  >  "Una razza in estinzione"  regia di Alessandro Serasini (di G.L.A.)

 

 

  >  "Occhio d'aquila, gamba di cicogna" spettacolo teatrale di Stefano Paiusco (di G.L.A.)

 

 

 

  >  "Il Caimano" (di G.L.A.)

 

  > "Prossime aperture" spettacolo di Andrea Rivera e Lisa Lelli  (di rdb)

 

  > "Diglielo a tutti"  il musical di Paolo Barillari (di G.L.A.)

 

  >  "La battaglia di canne..."  presentazione alla libreria Feltrinelli di Milano, 03.02.2006 (di G.L.A.)

 

 

  > Tributo a Gaber di Giulio D'Agnello e i Mediterraneo, Carrara 14.01.06  (di G.L.A.)

 

 

  > "Bruce Springsteen, Roma 6 giugno 2005" ( di G.L.A.)

 

 

  > "Faber principe libero" a Montaretto ( di G.L.A.)

 

 

  >"Nowhere" di Luis Sepúlveda  (di  rdb)

 

 

 >"Gödel, Escher, Bach: un'Eterna Ghirlanda Brillante"  di  Douglas R. Hofstadter  ( di G.L.A.)

                  

 

  > "Il Grigio" di  Gaber/Luporini interpretato da Fausto Russo Alesi  ( di G.L.A.)

 

 

  > "In direzione ostinata e contraria" Tributo a De Andrè (Giulio D'Agnello, Gian Luigi Ago, 

  Mauro Redini, Alessandro Sodini) ( redaz.)

 

 

  > "Il dott. Céline" - spettacolo teatrale di Sandro Luporini e Patrizia Pasqui  ( di G.L.A.)

 

 

  > "L'illogica speranza" - CD di Giulio D'Agnello con i Mediterraneo e Stefano Paiusco ( di G.L.A.)

 

 

  > "Rumore rosa" - libro di poesie di Claudio Lolli  ( di G.L.A.)

 

 

  > "Gaber, frammenti di un discorso" - libro di Micaela Bonavia   ( di G.L.A.)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

LEZIONE - SPETTACOLO

sul Teatro Canzone di Gaber/Luporini

a cura di Gian Luigi Ago, Eugenio Alfano, Claudia Bellucci

Liceo Scientifico "Bramante" di Magenta (MI)

Mercoledì 28 Maggio 2008

 

Quattro ore di "maxi" lezione-spettacolo, ieri a un Liceo Scientifico di Magenta, a cui sono iscritti oltre 900 studenti.

Non è facile parlare di Gaber a giovani, molti dei quali conoscono il suo nome solo perché sentito accostare da qualche genitore (o nonno) ai cantanti più famosi dei "favolosi anni '60".

Ce ne sono poi altri che lo conoscono come "cantautore" e che lo "includono" nella "categoria" di De Andrè, Guccini, De Gregori, ecc.

Crediamo che queste diverse "percezioni" siano il punto di partenza da cui muovere, e di cui tener conto, nel cercare di tracciare un quadro dell'importanza avuta dal Teatro-Canzone di Gaber/Luporini nella trentennale analisi sull'individuo e il suo rapporto con la società.

La Lezione-spettacolo tenuta da Gian Luigi Ago e Claudia Bellucci (ieri purtroppo senza la preziosa presenza di Eugenio Alfano, che insieme a loro l'ha ideata e strutturata) è proprio partita da queste diverse percezioni, evidenziando quanto non siano solo dovute a una "lontananza cronologica" ma ad altri diversi fattori quali la specificità della dimensione teatrale con la conseguenza di una pressoché nulla diffusione mediatica di quei brani, la contestualizzazione nella realtà sociale e storica del momento che spesso rende oscuri certi riferimenti, l'importanza di "vedere" Gaber, vista l'insufficienza di limitarsi solo all'ascolto dei CD.

La lezione-spettacolo è iniziata un po' in ritardo a causa di problemi tecnici dovuti alla incompatibilità tra pc e videoproiettore, ma una volta risolti i problemi è andata avanti speditamente.

E' stato confortante vedere giovani dai 15 ai 18 anni rimanere per quattro ore filate (salvo una breve pausa di dieci minuti) seduti a seguire con estrema attenzione quanto gli veniva proposto.

La lezione-spettacolo, strutturata per comodità in parti tematiche (ribadendo però sempre l'inestricabile intreccio dei vari temi nel TC) ha affrontato nelle prime due ore le questioni inerenti alla democrazia, all'appartenenza, alla libertà, al mercato, alla massa, evidenziando le connessioni con teorici quali, ad esempio, quelli della Scuola di Francoforte come Adorno, Horkheimer, Marcuse (con la lettura e il confronto tra le canzoni di Gaber, frasi di questi teorici, interviste di Gaber e Luporini) e scrittori quali Céline e Pasolini, sottolineate anche dalla proiezione di diapositive.

Nella seconda parte si sono evidenziate maggiormente le problematiche legate all'Io, alla coppia, alla sessualità e alle emozioni più profonde dell'individuo.
Anche qui c'è stato il confronto con teorie quali quelle di Laing, di Cooper ed altri.

La lezione-spettacolo, come dicevamo, è stata seguita con molto interesse, anche perché, nonostante il taglio molto teorico e scientifico, si è cercato di non rendere il tutto "pesante", lasciando il massimo spazio possibile alle canzoni; inoltre, considerando che si trattava di un Liceo, si è dovuto rendere più accessibili i testi degli interventi rispetto, ad esempio, alla stessa lezione-spettacolo che si era tenuta alla Facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze.

Gian Luigi, nelle quattro ore, ha eseguito alla chitarra solo tre canzoni (I reduci, Cerco un gesto naturale, Il comportamento) proprio perché attraverso l'ironia, la profondità e l'intensità della voce di Gaber, molti temi "arrivavano" ovviamente molto di più che attraverso interpretazioni "altrui" o interventi teorici, che in ogni caso erano comunque essenziali per apprezzare maggiormente quanto GG voleva esprimere con i singoli brani.

La lezione-spettacolo si è conclusa con una bibliovideodiscografia riguardante il materiale sul Teatro Canzone e con la segnalazione di altri eventi su GG, come quello annuale del Festival TC a Viareggio.

In conclusione è stata un'esperienza più che soddisfacente, confermata anche dalle numerose domande e richieste degli studenti.

 

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"POESIA COME ERESIA"

 

Intervento di Gianni D'Elia

 

al Poesia Festival 2007

 

 

 

 

Dal 27 al 30 settembre 2007 si è tenuta nell'Unione Terre dei Castelli (Castelnuovo Rangone, Castelvetro di Modena, Savignano sul Panaro, Spilamberto e Vignola) in provincia di Modena la terza edizione del Poesia Festival, che ha riunito alcuni nomi tra i più noti ed amati nel campo della poesia, ma anche della musica, del teatro e del cinema.

Lo scopo di portare la poesia tra la gente, nelle strade e nelle piazze, creando un legame troppo spesso negletto tra gli autori e l'uditorio, è stato pienamente raggiunto, superando anche le aspettative del poeta Gianni D'Elia, che ha avuto l'onore di aprire i quattro giorni di letture e spettacoli.

Nel suo memorabile discorso ricorda quanto grande sia il potere che ha la poesia di rompere gli schemi di pensiero e di azione stereotipati e controllati dai poteri totalitari del nostro secolo, che vanno contro il relativismo con l'imposizione dei propri dogmi. "La poesia come eresia" è il titolo che ha scelto, perchè "che cos’è l´eresia se non il diritto di credere a quello che si sente", ovvero il mistero che il poeta tocca e ci fa scoprire con i propri versi?

 

                                                                                                   R.d.B.

 

               Per leggere la trascrizione dell'intero intervento clicca  QUI

 

 

 

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LUIGI MARIANO E LA BANDA DI TOM JOAD

 

Glory Days

Rockisland - Rimini

21.09.07

 

 

 

Il posto è bellissimo: il Rockisland sulla punta estrema del molo di Rimini.

La gente è quella splendida con cui ti ritrovi subito a pelle, sentendo vibrare una inconfondibile passione: quella per il Boss.

E per chi come me ha cominciato ad essere travolto dalla musica di Springsteen a metà degli anni ’70,  per poi riuscire nel 1985 a vederlo la prima volta dal vivo (prima volta di una lunga serie) è come essere a casa.

L’occasione è la nona edizione dei Glory Days, raduno annuale di tutti gli springsteeniani italiani e non solo, occasione per ascoltare mitiche cover band, come quella degli E Street Shuffle, e scambiarsi idee, emozioni e sensazioni a ridosso del compleanno del Boss.

In più quest’anno c’è anche la concomitanza dell’uscita del nuovo CD di Springsteen con la E Street Band, una “magica” occasione in più.

Ma io, accompagnato da Claudia, sono venuto qui anche e soprattutto per un altro motivo: conoscere per la prima volta “live” Luigi Mariano, in programma nella prima serata con la sua Banda di Tom Joad.

Luigi l’ho conosciuto solo nelle mie navigazioni on line e mi ha subito sorpreso la notevole somiglianza dei nostri interessi, fino a percepirlo come un mio alter ego molto più giovane.

La cosa che mi ha subito sorpreso è stata l’identica passione per due artisti come Giorgio Gaber e Bruce Springsteen che  possono sembrare lontani e diversi ma che in realtà non lo sono affatto, come ho cercato di dimostrare su questo Sito  (vedi nella Sezione "Buttare lì qualcosa") .

Un’altra cosa che mi fa sentire accomunato a Luigi è la stessa voglia di “divulgare” (forse un brutto termine ma che rende bene l’idea), la voglia di far conoscere ad altri quello che si ama e lo spendersi nel farlo.  E questo vale sia per Springsteen che per Gaber.

Ma torniamo a Rimini.

Stasera è la sera: sul molo ventoso  aspettiamo di conoscere Luigi, con la strana consapevolezza che in fondo sarà come ritrovare un amico conosciuto da sempre, per me quel fratello minore che non sapevo di avere da qualche parte nel tempo e nello spazio.

E infatti, quando fuori al locale lo vediamo arrivare e poi ci incontriamo ci si trova subito bene, anche se lui è un po’ teso perché avrà l’onore e l’onere di aprire questa edizione dei Glory Days e durante il sound-check non è rimasto molto soddisfatto della regolazione del suono.

Il progetto che porta avanti con la sua Band di Tom Joad è intelligente e ambizioso: adattare i testi del Boss in italiano per farne capire la grande valenza di significati, l’uso del linguaggio, i temi che caratterizzano e che rendono unico Springsteen non solo dal punto di vista musicale.

Ed è un progetto lodevole perché l’ostacolo della lingua può far sì che  anche molti che conoscono e amano le sue canzoni non sappiano poi bene di cosa parlino, e non afferrino bene il tipo di linguaggio e lo spirito che li attraversa.

Adattare il Boss in italiano non è impresa facile: c’è da superare e tradurre lo slang, rispettare metriche e dribblare la difficoltà di una lingua con molte “tronche” rispetto alla nostra.

Questa necessità “divulgativa” l’avevo sentita anch’io quando ho sottotitolato in italiano e messo su Yotube e nella Sezione Video di questo sito alcuni video di Springsteen, ma Luigi si è imbarcato in un’impresa molto più difficile e stasera è qui a presentare queste canzoni proprio di fronte al pubblico del Boss: una specie di esame.

Luigi inizia il concerto da solo imbracciando  la chitarra ed esordisce con una chicca: l’adattamento in italiano di “Magic” title track del nuovo album del Boss che ancora deve uscire:

 

“Ho nel palmo una moneta ma se voglio sparirà, farò uscire dal tuo orecchio l’asso nella manica, ho un coniglio nel cappello lo vedrai se vieni qui e tutto sarà così e tutto sarà così”

 

I primi versi di questo strano Springsteen/italiano colpiscono il pubblico che si ferma ad ascoltare, molti ancora non realizzando bene che Luigi sta cantando Springsteen.

Poi salgono sul palco gli altri componenti della Band: Gianni “Donnigio” Donvito basso elettrico, seconda chitarra acustica e seconda voce, Carmine Ruizzo violino, Simone Di Bartolomeo batteria.

Bastano altre due canzoni “Il fantasma di Tom Joad” e “Bobby Jean”, affinché il pubblico assimili ormai completamente l’adattamento in italiano, ascoltando con molta attenzione le parole delle canzoni.

Dopo “Fabbrica”, con uno scatenato Carmine al violino, è chiaro che il pubblico è stato ormai conquistato da Luigi e la sua Band e che la loro esibizione di apertura dei Glory Days è stato un successo. Seguono “Atlantic City” e “Due facce”, suonate senza batteria, con Donnigio alla chitarra acustica. Poi “Buio ai margini della città” e “Più forte degli altri”. Il finale è con “Cowboy neri”, in cui suonano solo Luigi e Donnigio, a due chitarre e con “Treno che porta giù” che entusiasma il pubblico. Alla fine sento solo commenti positivi, elogi e apprezzamenti per il progetto portato avanti da Luigi.

Il tempo per parlare con Luigi è poco e riusciamo a farlo solo dopo la sua esibizione, passeggiando sul molo e discutendo (indovinate un po’…) di Springsteen e Gaber.

Ma sono sicuro che non mancheranno altre occasioni per farlo e per confrontare i nostri progetti “divulgativi”.

Una serata bellissima che senz’altro resterà nei miei ricordi.

Per Luigi e la sua band un grande banco di prova che ha confermato e aperto ancora di più la strada a questo progetto di adattamento in italiano di Springsteen.

Avanti così ragazzi, no surrender!

                                                                                       Gian Luigi Ago

 

                                                                             



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"TRIBUTO al TEATRO CANZONE

di GIORGIO GABER e SANDRO LUPORINI"

ACRI (CS)

03.01.2007

 

Eugenio Alfano, Gian Luigi Ago, Claudia Bellucci,

Giulio D'Agnello, Meme Lucarelli

 

 

 

 

Il 3 gennaio si è svolto ad Acri (CS) un Tributo al Teatro Canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini, ideato e organizzato da Gian Luigi Ago, Eugenio Alfano e Claudia Bellucci.

La manifestazione si è svolta in due parti: una Lezione-spettacolo nel pomeriggio e un concerto la sera.

La lezione-spettacolo, anteprima di quella già programmata nell'Aula Magna della Facoltà di Lettere e Filosofia di Firenze, è stata condotta da Gian Luigi Ago, Eugenio Alfano e Claudia Bellucci e verteva su alcuni dei filoni fondamentali che hanno attraversato il Teatro-Canzone (l'io-diviso,coppia-famiglia-sessualità, appartenenza-politica, democrazia-libertà, mercato-massa-conformismo).

Ciascuno dei temi era introdotto da una presentazione e intervallato da filmati tratti dagli spettacoli di Gaber, diapositive e la lettura di  estratti da canzoni, monologhi e interviste rilasciate da Gaber.

Gian Luigi Ago ha inoltre eseguito alla chitarra tre brani del Teatro Canzone (Cerco un gesto, un gesto naturale- L’impotenza- Il conformista).

 

La struttura ideata  per parlare di GG ha funzionato alla perfezione. Ripercorrere il Teatro Canzone attraverso alcuni dei filoni principali, ha dato un'idea molto chiara di quello che ha rappresentato la riflessione ultra-trentennale di G/L su individuo e società.

I temi in discussione sono stati proposti in modo tale da evidenziare l'essenziale, pur nella completezza sostanziale; questo per non rendere troppo "pesante" e troppo "lezione" quello che ufficialmente è stato un convegno ma che aveva più la natura di un cordiale incontro.

E' stato sorprendente vedere numerosi studenti (alcuni accompagnati anche dal loro professore di Filosofia) prendere appunti e seguire le due ore di discussione con estrema attenzione.
I filmati degli spettacoli di Gaber e gli interventi di Eugenio, Gian Luigi e Claudia, che ha puntualizzato i temi con estratti da interviste a GG e da brani di canzoni, ha contribuito a rendere molto scorrevole l'intera discussione.

E' stata una grande emozione sentire l'applauso del pubblico sgorgare spontaneo dopo la visione di alcuni filmati, come dopo la proiezione degli oltre 14 minuti di "Io se fossi Dio", quasi si fosse davvero a un concerto di GG.

 

La parte serale era il momento più atteso della manifestazione.
Giulio D’Agnello, accompagnato alla chitarra da Meme Lucarelli (del gruppo "Mediterraneo")  ha ripercorso alcuni dei momenti musicali più importanti del TC e ha poi proposto per la prima volta ben sei pezzi del nuovo repertorio da lui composto con Luporini e che farà parte di un CD di prossima realizzazione: "Forse un uomo" "Quello che accade dopo" "Il letto" "La pazzia" "Il testimone" "Ironia amica mia".

E' stata in un certo senso un'anteprima del concerto di mercoledì 10 gennaio al Fuori Orario di Reggio Emilia, in cui tutti i brani di D'Agnello-Luporini saranno proposti con l'intera band dei “Mediterraneo”.

Nel finale Giulio ha proposto un paio di brani popolari calabresi. Questo anche in virtù del fatto che Giulio in passato, nelle sue esperienze di musica etnica, ha avuto modo di collaborare e suonare con Otello Profazio, che ha mandato il suo saluto alla manifestazione, anche se, per motivi di salute, non ha potuto partecipare per eseguire insieme all'amico Giulio un paio di brani.


L'interesse per la manifestazione e la partecipazione sono stati superiori alle aspettative e la manifestazione si è rivelata una riuscitissima formula per la maggior conoscenza e approfondimento di una delle più grandi riflessioni del secondo Novecento su individuo e società: il Teatro Canzone di Giorgio Gaber e Sandro Luporini.

 

(redaz. 2007)

 

 

                                   

                                                               Gian Luigi                                              Eugenio

                              

 

                                 

                                                       Meme                              Giulio

 

                                

                                                                La Sala del Palazzo Sanseverino di Acri

 

 

 

 

                                                   

                                                            Gian Luigi             Claudia             Eugenio

 

                                                                                 a  Montemagno (LU)

 

 

 

 

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                        HAVANA FOOTBALL CLUB

 

 

 

Credo sia difficile correre sul filo della canzone politica, nell’accezione più alta del termine, senza correre il rischio di scivolare nella retorica, nella demagogia, nel facile tono celebrativo

L’ascolto di alcune delle canzoni del gruppo genovese “Havana Football Club” mi ha dato la confortante sensazione di uno spazio della musica d’autore che si costituisce come ponte tra storie, immagini e miti del nostro passato, della nostra memoria, del nostro immaginario e la pulsante quotidianità delle nostre contraddizioni, delle nostre aspirazioni, delle nostre nevrosi.

La musica stessa e il linguaggio riescono a mantenere un tocco di poeticità che non rinnega la realtà pur sorvolandola e ci restituiscono, attraverso una galleria di personaggi, di storie, di topos della nostra storia, un discorso sul presente che nasce da molto lontano.

Il gruppo annovera tra i suoi elementi musicisti che hanno suonato per anni con Giorgio Gaber, che hanno fatto parte dei “Cavalli Marci” e che hanno composto musiche e canzoni per i maggiori teatri genovesi.

                                                                        

                                                                                               Gian Luigi Ago (2007)

 

 

“HAVANA FOOTBALL CLUB”:

 

CLAUDIO DE MATTEI: basso
ROBERTO GALLUZZI: voce
ROBERTO LEONCINO: chitarra 6 e 12 corde
ISABELLA CINQUEGRANA: flauto traverso
ENRICO SPIGNO: batteria – chitarra

 

http://www.giuseppecirigliano.it/roberto_leoncino.htm

 

                       

 

 

 

 

 

 

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                      "UNA RAZZA IN ESTINZIONE"

 

                          spettacolo di canzoni e monologhi di Gaber/Luporini

 

                                                  regia di Alessandro Serasini (2006)

 

 

 

 

Portare in scena uno spettacolo incentrato sul Teatro Canzone di Gaber/Luporini non è un’impresa facile e comporta una serie di inevitabili rischi.

C’è innanzitutto un duplice aspetto da considerare: prima di tutto il rischio di cadere in una scimmiottatura che, ovviamente, non può competere con l’originale e, all’estremo opposto,  nel tentativo di evitare il primo errore, il rischio di stravolgere completamente canzoni e monologhi, non riuscendo così a restituire la dimensione concettuale, musicale ed espressiva che essi contengono.

Esiste quindi, a mio parere, una zona franca tra questi due estremi, dove con sapiente equilibrio bisogna sapersi muovere.

Questo anche perché riproporre Gaber è molto diverso dal riproporre, ad esempio, canzoni di qualsivoglia cantautore. Non si può prescindere dalla fisicità, dall’espressività, dal carisma scenico di Gaber che sono essi stessi “testo e musica”, che sono essi stessi elementi costitutivi del “linguaggio” del Teatro Canzone.

Credo che “Una razza in estinzione”, spettacolo con la regia di Alessandro Serasini, sia riuscito a muoversi in maniera sufficientemente abile all’interno della suddetta zona franca.

Il gruppo musicale (chitarre, basso, batteria, tastiere, flauto traverso) è integrato da voci recitanti maschili e femminili. Gli arrangiamenti musicali, in particolare quelli chitarristici, sono originali e contribuiscono a dare un’impronta personale alla sonorità generale, pur non tradendo mai del tutto l’ordito originale delle canzoni. Anche i monologhi talvolta sono strutturati diversamente dall’originale  ma mantengono bene il senso generale.

Anche quando la recitazione è affidata alle due ragazze (altro aspetto rischioso, in quanto i monologhi del TC sono in genere molto “maschili”) l’effetto è congruente al testo.

Inoltre la molteplicità degli artisti presenti sul palco aiuta a rendere più dinamico lo scorrere dello spettacolo.

I  brani sono stati scelti con il dichiarato intento di rappresentare la visione di Gaber che gli artisti hanno maturato nel confronto delle loro idee,  cercando di andare oltre la maggioranza degli ingessati tributi televisivi e cercando di lasciare in evidenza il carattere principale del Teatro Canzone: quello di instillare il dubbio, di costringere a riflettere sull’uomo e il suo rapporto con la società.

E’ un tipo di spettacolo che vedrei bene come base di un discorso divulgativo, di un  “concerto-lezione” su Gaber, magari integrato da interventi sull’artista,  forse anche da spezzoni di filmati, da materiale, insomma, che ne evidenzi il profondo significato.

In conclusione credo che questo spettacolo rappresenti un tentativo riuscito e positivo per stimolare, soprattutto i giovani, ad un approccio più approfondito a Gaber.

                                                                                                 Gian Luigi Ago (2006)

 

 

 

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OCCHIO D'AQUILA GAMBA DI CICOGNA

spettacolo teatrale di Stefano Paiusco

del 24 aprile 2006, Teatro Astoria di Lerici  (SP)

 

 

 

 

La Francia del 1600 e l’Italia degli anni ’40: luoghi, tempi e situazioni diverse da cui emergono due storie che hanno molti punti in comune.

Con questa traccia narrativa Stefano Paiusco ha scelto di parlarci della Resistenza in un modo diverso dalle solite ricostruzioni della lotta di Liberazione.

Su questi due binari paralleli, solo sulla scena, l’attore veronese ci parla della celeberrima storia di Cyrano de Bergerac e di  quella meno conosciuta di Vittore Bocchetta, partigiano della resistenza veronese al nazi-fascismo.

Due storie apparentemente diverse ma che trovano il loro comune denominatore nella descrizione di due spiriti liberi, legati alla propria coerenza personale, capaci di rinunce e di sofferenza e che non hanno ricevuto dalla vita quanto si sarebbero meritati, senza mai chiederlo o pretenderlo.

Con una narrazione a dissolvenza cinematografica, Stefano Paiusco, sovrappone e alterna le due storie e riesce a farci “vedere” l’amore sofferto ed eccellente di Cyrano e uno spaccato della resistenza  della città di Verona al nazifascismo.

Le immagini emergono nitide e cariche di emozione dalle parole dell’attore che ha voluto intitolare quest'opera con un pezzo del motto dei Cadetti di Guascogna, usato anche durante la Resistenza veronese.

Stefano Paiusco riesce a coniugare la sua grande passione ed esperienza per il teatro civile alla  recitazione di un classico come il Cyrano di Rostand e sorprendentemente l‘avvicinare la narrazione degli orrori del nazifascismo alle parole di un grande amore letterario non stride, ma si fonde perfettamente nella fisionomia di due spiriti liberi che hanno sofferto senza onori e riconoscimenti.

Un modo di onorare la Resistenza più intellettualmente fondato, che va oltre le ragioni storiche e politiche e si eleva fino all’essenza dell’individuo.

 

                                                                                               Gian Luigi Ago (2006)

 

 

  

                            Savinien Cyrano, véritable écrivain

                       VITTORE BOCCHETTA                                           CYRANO DE BERGERAC

 

 

 

 

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"IL CAIMANO"  di Nanni Moretti

 

 

 

 

“Non ho paura di Berlusconi in sé, ma di Berlusconi in me”: così disse una volta Giorgio Gaber in un’intervista.

E credo che questo sia in buona sostanza il senso del film di Nanni Moretti, soprattutto quel finale così disperante e l’affermazione che Berlusconi avrebbe già vinto da trent’anni, da quando quest’Italia si è abituata a vivere e nutrirsi del linguaggio televisivo.

Moretti ci dice nel suo film che, volenti o nolenti, Berlusconi ha purtroppo cambiato l’Italia e che quindi il suo declino non è legato tanto alla sua vittoria o sconfitta a un’elezione, ma che la sconfitta di Berlusconi e del “berlusconismo” è un problema più complesso e consiste nel sovvertimento di un modo di essere e pensare che si è diffuso a macchia d’olio nel Paese, anche nella stessa sinistra che spesso, soprattutto in passato, ha scimmiottato e “rincorso” le “innovazioni berlusconiane”, anziché porsi come reale, totale, inequivocabile alternativa.

E questo modo di essere e di pensare, unito a una debolezza della sinistra, potrebbe venir buono a Berlusconi in un eventuale futuro suo “smascheramento” in quanto su esso potrebbe far leva per chiamare la gente a ergersi a sua difesa, agitando le sue solite falsità su presunte “persecuzioni” e manovre per togliere anti-democraticamente (secondo il suo bizzarro concetto di democrazia) agli italiani quel nuovo modo di essere a cui lui li ha affezionati.
Certo questa lettura può dar fastidio a molti, perché non è una visione militante e trionfalistica, ma anzi piuttosto pessimista.
Allo stesso modo davano fastidio le critiche di Gaber e Luporini alla sinistra , e la loro visione delusa della possibilità di cambiare con la politica le cose, ma questa posizione intellettuale di Moretti è onesta prima ancora di essere in ultima analisi vera e secondo me somiglia molto proprio alla visione di Gaber e Luporini su massificazione, apatia e critica della debolezza della sinistra.

Per questo “Il Caimano” a me è piaciuto, anche se molti sono rimasti delusi aspettandosi un film “elettorale” o di denuncia alla M.Moore o alla “Viva Zapatero” .

“Il Caimano” è tra l’altro un film molto morettiano (molto più dell’anonimo e atipico “La stanza del figlio”) in cui i personaggi (come nei film di Woody Allen quando Woody è solo regista) parlano e si muovono come Nanni Moretti, dove possiamo ritrovare le “invenzioni” filmiche alla Moretti , dove Silvio Orlando dà una interpretazione, secondo me, ad altissimo livello.
Il mio giudizio, al di là del fatto di essere forse viziato dalla mia passione per il cinema di Moretti (soprattutto quello del primo periodo), è dunque positivo proprio perché il film non era strutturato come un classico film di denuncia: era un “vero” film, un film che mi è sembrato rappresentare lo “stato dell’arte” della nostra attuale realtà, una realtà di crisi e di instabilità e il film mi sembra che si dipani proprio su questo filo conduttore trivalente: crisi della famiglia, crisi del cinema, crisi dell’Italia, perché le storie sono una dentro l’altra e si intrecciano, da quella del problema di coppia, a quello dello stato del nostro cinema, a quello della Nazione, e il tutto attraversato dalla meta-visione di Moretti che compare ed è presente comunque durante il film, come un silente narratore.

 

                                       Gian Luigi Ago (2006)

 

 

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"PROSSIME APERTURE"

di Andrea Rivera e Lisa Lelli

 

 

Venerdì 10 febbraio 2006 il teatro Jenco, pieno per i 4/5, ha ospitato lo spettacolo “Prossime aperture” di Andrea Rivera e Lisa Lelli.

La scena si apre con la registrazione di alcune esperienze di Andrea, la sua chitarra e la sua voce, a Trastevere. Ironia. Denuncia, anche.

Coinvolgente dialogo con il pubblico…e a volte con la polizia.

Riaccese le luci sul palco, conosciamo subito la “coscienza” di Rivera, Lisa Lelli, che mi è parsa una delle trovate più intelligenti, la cui funzione è di esternare i suoi pensieri, non solo per farli conoscere al pubblico, ma soprattutto per introdurre nello spettacolo anche sipari introspettivi tra un pezzo di denuncia a viso aperto e l’altro; è la sua tentazione di accettare proposte televisive “solo per farsi conoscere”, la tenacia di perseguire nel suo impegno sulla strada e con la gente, di essere coerente con questa scelta rinunciando a tutto quello che ha a che fare con lo show business. Peccato la sua uscita di scena quando comincia a diventare troppo insistente, soprattutto troppo cieca alle svolte, alle aperture, agli spiragli di uscire dalla visione precostituita di un artista di sinistra che non accetta compromessi.

La verità va detta, questo è l’importante. Va detta o va fatta conoscere in qualche altro modo. E allora ecco da una parte i filmati (forse a volte un po’ lunghi) di interviste che Andrea ha fatto all’uscita dei seggi per referendum ed elezioni politiche passate, e dall’altra monologhi e canzoni su quello che accade intorno a noi, a cui molte volte diamo poco peso, per mancanza di tempo o di voglia, e che proprio per questo creano il bisogno stesso di essere denunciate.

Nei filmati ridiamo ma poi, in un secondo tempo, riconosciamo noi stessi, con la nostra disinformazione abbastanza consapevole, ma scarsamente colpevole, la nostra sudditanza alle opinioni dei potenti (mass media e chi attraverso essi), la nostra ingenuità e incoerenza.

Nello spettacolo vero e proprio, la durezza di certi pezzi si alterna con racconti in cui il fatto di denunciare passa attraverso l’esperienza di Andrea, e sono proprio quelli che colpiscono di più, che ti rimangono di più dentro, proprio come può accadere con Gaber, perché il semplice raccontare come stanno le cose, anche con la forza che è propria di Rivera, è diverso dall’arrivarci sottilmente da un’altra strada che crea come in un puzzle l’aspettativa nell’ascoltatore e NE SMUOVE IL PENSIERO.

Ottimo l’accompagnamento musicale di Sabino De Bari, senza il quale probabilmente le canzoni sarebbero state meno trascinanti.

Alcuni temi: il linguaggio e lo stesso pensiero affollati da termini angloamericani, le colpe della chiesa nella vicenda di Radio Vaticana, Calipari e gli eroi senza nome che muoiono in fabbrica, le aziende che chiudono in Italia causando migliaia di disoccupati per aprire filiali all’est, ma anche gli scandali della nostra politica, non importa di quale fede ci si professi, il sogno di ritornare ad avere lo sguardo di un bambino, che vive nella giustizia e nella tolleranza delle favole, in cui tutto è possibile perché il Cavaliere è Inesistente.

Si ride di un riso in fondo amaro.

Molto personale e divertente il momento in cui Andrea avvicina la sedia al pubblico e inizia a fare domande qua e là (cosa fai prima di andare a dormire?), chiede l’orario, fa commenti sulle risposte e sulle persone…Crea così, a metà spettacolo, un clima di confidenza eliminando in buona parte il distacco inevitabile con il pubblico, rendendoti partecipe, non più spettatore passivo. In questo modo Rivera sfata la sentenza con cui dà il via allo spettacolo: “è incredibile che oggi il monologo sia diventato l’unica forma che ti permette di dialogare!”.

Applausi finali meritati, andare avanti si può.

                                                                                                Recensione a cura di rdb (2006)

 

                          ANDREA RIVERA                                       LISA LELLI

                                         accompagnato da Sabino de Bari

 

 

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"DIGLIELO A TUTTI"

 

musical di Paolo Barillari

 

 

03.02.2006   Paolo Barillari (al centro) e gli altri interpreti del musical

 

 

Ha debuttato il 2 e il 3 febbraio  2006a Milano il musical di Paolo Barillari, venticinquenne musicista, cantante e autore milanese.

Innanzitutto è doveroso anticipare che Paolo Barillari è stato grande sia per l’interpretazione e la sua voce (di cui chi, come me lo conosce, ha avuto modo più volte e in diverse occasioni di  verificarne l’efficacia) sia per la grande professionalità, la passione, la perseveranza che credo siano le sue doti migliori e che mi fanno credere, unitamente al fatto della sua ancora giovane età, che avrà modo di potersi imporre come merita.

 

Il musical: più che altro lo definirei un’opera-rock nella miglior tradizione; gli arrangiamenti non mi sembrano lasciare dubbi in proposito, anche se non mancano toni lirici e melodici che però non contraddicono a questa impostazione di base.

Il titolo è “Diglielo a tutti” ed è liberamente tratto da un radiodramma scritto nel 1936 da Irwin Shaw dal titolo “Bury the dead”.

E’ una grande metafora contro la guerra e il potere in cui si narra la storia di tre soldati uccisi in guerra che tornano a rivivere per denunciare e, appunto, “dire a tutti” di ribellarsi alla sopraffazione di un potere guerrafondaio e assassino.

Una prima versione teatrale italiana fu fatta nel 1975 e il padre di Paolo Barillari, Maurizio (tra l’altro interprete anche in questa edizione 2006, insieme al figlio) compose per l’occasione sei canzoni che sono state poi riprese, con delle modifiche, da Paolo in questa nuova versione. Di quella compagnia di trent’anni fa faceva parte anche il regista e attore dell’attuale spettacolo, Roberto Coppola.

Paolo Barillari ha iniziato a lavorare a questo progetto da oltre 7 anni, riscrivendolo completamente. Oltre a rivisitare, ammodernandoli, i brani scritti dal padre, ha scritto nuovi inediti ed è più volte entrato in studio per arrangiare i pezzi.

Il progetto subì uno stop nel 2001, dopo l’attacco alle Twin Towers. Sembrò ad alcuni inopportuno proporre un musical che poteva apparire profondamente antiamericano, quando in realtà è una critica a qualsiasi forma di guerra.

La perseveranza di Paolo fa sì che, dopo un momento di scoramento, il progetto non si areni e il lavoro si arricchisce con l’inserimento di un corpo di ballo e di un allestimento scenografico fatto di pannelli colorati modulari che vengono spostati e assemblati a seconda dei momenti.

Le tre parti (canto, balletto, scenografia) narrano contemporaneamente le stesse vicende, integrandosi ma mantenendo ognuna la propria specificità di linguaggio.

 

Il debutto: un Ristoshow tutto pieno ha accolto la seconda serata del musical, quella a cui ho assistito io.

A me il lavoro di Paolo è piaciuto molto, anche se forse il punto debole è proprio nel canto (non di Paolo, ovviamente, che da solo potrebbe cantare qualsiasi cosa) ma degli altri protagonisti, che hanno a loro attenuante il fatto di non essere cantanti professionisti.

Ho trovato ben congruenti le tre parti del canto, del ballo e della scenografia.

Paolo nel suo ruolo di “aedo greco” svolgeva appunto il ruolo del “narratore” e la sua presenza scenica era indubbiamente una spanna sopra tutti gli altri. La sua sicurezza, la sua professionalità, la sua passione meritano un plauso particolare. Senza nulla togliere agli altri e ai loro indubbi meriti, è palese che quello è il “suo” musical, si vede che lui ci mette l’anima e che lo accompagna per mano anche quando non è sul palco, stando attento ad ogni particolare.

Se si considera che questo lavoro non nasce da grandi produzioni e che,  pur non essendo un lavoro da dilettanti, deve senz’altro scontare un certo limite di esperienza e risorse, il risultato è coinvolgente e si vede che il lavoro è stato curato molto.

Non sono un grande esperto del settore, ma penso che con altri “mezzi” il musical non avrebbe molto da invidiare a tante opere meglio “prodotte”.

Paolo ha fatto centro e penso che ne raccoglierà i frutti perché se lo merita veramente.

Ho trovato anche, rispetto ad altre cose viste nel passato, che la sua personalità ha ormai acquistato una sua cifra personale che si è emendata da influenze marcate.

Non posso che augurare ogni bene a Paolo per il suo lavoro e per il tour che porterà in varie città questo “Diglielo a tutti” e lo ringrazio per la bella serata milanese.

 

                                 Gian Luigi Ago( 2006) 

 

 

 

                                                             Paolo Barillari

 

 

 

 

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"LA BATTAGLIA DI CANNE..."

 

 

 

Venerdì 3 febbraio 2006 alla libreria Feltrinelli di Milano si è svolta un'esibizione dal vivo con Gianfranco Manfredi, Ricky Gianco. la Famiglia Rossi, i Vallanzaska ed altri per la presentazione del CD "La battaglia di canne" (con chiaro doppio senso..).
Questo disco è una compilation di brani sulle "canne" che comprende, tra l'altro, anche una canzone di Giorgio Gaber: "Maria Giovanna".
Anzi, Gianfranco Manfredi ha ricordato nell'occasione che fu proprio Gaber a coniare lo slogan per la rivista "Re Nudo" (gruppo a cui GG fu molto vicino): "la marijuana non fa niente: speriamo che non si annoi..."
Ecco una presentazione del CD :

«Negli anni '70, a Milano nel movimento studentesco, quando qualcuno tornava dall'India portava delle buone quantità di erba da regalare anche agli amici. Ed era una vera bomba, questo Buddha grass, ti stendeva e ti rilassava in modo tranquillo, ti dava davvero un terzo occhio». Così ricorda l'erba indiana Ricky Gianco, cantautore e voce inconfondibile del rock italiano (da Pugni chiusi a Piccolo è bello), stavolta nelle vesti di produttore dell'album La battaglia di Canne, un`antologia di canzoni pro-marijuana (su etichetta il manifesto). «Ci ho messo un anno per chiudere questo progetto, nato da una collaborazione con Franco Corleone, per combattere questa tragedia del disegno di legge Fini sulle droghe che equipara eroina ed hashish, cocaina ed ecstasy. Un assurdo pasticcio. Ho cercato di mettere assieme tutti i pezzi più famosi che inneggiano alle canne, un lavoro difficile per avere i permessi delle diverse case discografiche con gran parte degli artisti che hanno donato gratuitamente i loro brani. Il ricavato delle vendite del cd va al Forum Droghe». Sedici brani contenuti nella divertente compilation, con molti successi - da un'attuale Maria Giovanna di Giorgio Gaber a Ohi Maria degli Articolo 31, passando per La mia signorina di Neffa e Legalizzatela di Eugenio Finardi, Olanda dei Pitura Freska, La droga fa male di Claudio Bisio, Libera la notte della Famiglia Rossi e Non si può essere seri a 17 anni dei Tetes de bois. Poi le giovani band più arrabbiate Il castello ottagonale dei Folkabbestia, Canapa dei Punkreas, Cime di Vallanzaska. E gli inediti Buddha Grass di Gianco, Svita la vita di Gianfranco Manfredi, Cannari Cannaribe del Maurizio Camardi Kammerensemble, Sigarette fini di Gigi Marras, Les Paradis Artificiels di Patrizio Fariselli. «L'intento è quello di sensibilizzare l'opinione pubblica, di sostenere tutti i ragazzi che cadono nelle maglie di queste norme ultrarepressive. Oggi mi avevano assegnato l'Ambrogino d'oro, come personaggio di spicco della città di Milano ma l'ho rifiutato perchè hanno premiato Oriana Fallaci, una tipa che semina odio a tutto spiano». 

                                                                                                                                                         Gian Luigi Ago (2006)
                   
Ecco un blob di alcuni versi tratti dalle varie canzoni presenti nel CD e una foto scattata durante la presentazione del CD:


Come sto bene! Sto proprio bene.
Sono in uno stato di benessere totale..
La mia mente è libera e serena
La mia fantasia si muove in spazi nuovi
In un’atmosfera distesa e piacevole
Vieni Maria Giovanna
Maria Giovanna vieni da me…
(GIORGIO GABER)


Dimentica le benzodiazepine
Le canne son le meglio medicine
La prima canna non si scorda mai
La rolli male ma poi te la fai
Una volta c’era il Buddha Grass
Che era tutta spiritualità
Ti spuntava il terzo occhio senza gli altri due
La gangia rende gli uomini più buoni
Le canne son meglio dei cannoni…
(RICKY GIANCO)


Se ascolti la notte trovi le giuste misure
E senza dar giudizi hai la stima del valore
Diffida della gente che va a dormire presto
Chi no conosce il bar non conosce neanche il resto
Libera , liberala, liberalizzala…
(LA FAMIGLIA ROSSI)

Sei mesi di condizionale non sono niente male
Per aver seminato sul mio davanzale
L’ho coltivata io
Non me ne pento neanche un po’
Scommetti che lo rifarò
(PUNKREAS)

Certe sigarette fanno male
Quando son troppo fini
E per prepararle bene ci conviene
Che non vedano i vicini
E quelli che usano i cannoni
Contro vecchi, donne,
grandi e piccolini
Coi cannoni mi rilasso anch’io
Ma non getto il fumo tra i bambini…
Mi hanno detto che diventerò più debole
Impotente e pessimista
Se non smetto potrei un giorno addirittura
Risvegliarmi comunista
(GIGI MARRAS)

 

 

 

 

Milano 03.02.2006  da sinistra: Gianfranco Manfredi e Ricky Gianco

 

 

 

 

 

 

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TRIBUTO A GABER

di Giulio D'Agnello e i Mediterraneo

Teatro Animosi di Carrara

14.01.2006

 

 

 

 

 

 

 

 

 



                                                                               

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

    

Davvero una bella serata quella nel raccolto ambiente del Teatro Animosi di Carrara, serata nel ricordo dell'indimenticabile GG.
Alla serata di Carrara ha partecipato personalmente Sandro Luporini, che l'ha voluta inserire nelle programmazioni correlate alla sua mostra, visitabile fino al 22 gennaio al Palazzo Ducale di Massa, mostra con moltissime opere, di cui alcune inedite.


A me è toccato l'onere e l'onore di introdurre il concerto con un veloce excursus su quelli che io ritengo i cardini del Teatro Canzone e con l'annuncio, fatto pubblicamente per la prima volta, dell'esecuzione di alcuni brani inediti del prossimo CD scritto da Sandro Luporini insieme a Giulio D'Agnello e i Mediterraneo, nell'arrangiamento con l'intero gruppo. Il concerto si è svolto intorno ad alcuni dei brani più significativi di Gaber e Luporini, intervallati da piccoli monologhi di presentazione, scritti dallo stesso Luporini.


Giulio e i Mediterraneo hanno ormai acquisito una cura degli arrangiamenti che, pur rispettando la loro scelta di lettura filologica dei brani del TC di G/L, dona ad essi una coloritura molto personale.

Ma il clou della serata è stata l'esecuzione di quattro dei nuovi pezzi che andranno a far parte del nuovo CD: "Forse un uomo" "La pazzia" "Quello che accade dopo" "Il testimone". Le canzoni del nuovo CD sono quasi tutte incentrate sul tema dei sentimenti e del rapporto di coppia, visti ovviamente in quell'ottica analitica personale a cui già ci aveva abituato Luporini nei lavori con Gaber. Tra i brani non mancano però momenti laceranti e feroci, come "La pazzia" e quel "Diogene" che sembra ripercorrere i passi del più famoso "Io se fossi Dio".

Questo "Luporini innamorato" descrive in queste canzoni un universo prevalentemente al femminile, in cui la donna riscatta la sua essenza, apparendo come un valore aggiunto alla dimensione umana. Anche a me è piaciuta particolarmente "Il testimone" che ascoltavo per la prima volta nella versione arrangiata con l'intero gruppo. Il "testimone" altro non è che la donna. C'è un verso che mi piace molto che così recita: "per ogni donna solo la vita è degna di memoria, senza quel vizio di lasciare un segno nella propria storia..."
 

In alcune canzoni si avverte il tocco lieve e meditativo della pittura di Luporini con quei paesaggi e quelle atmosfere tipicamente "luporiniane" che anche nei lavori con GG sono riscontrabili più volte come, ad esempio, in brani come "L'illogica allegria" "L'attesa" "Io e le cose".


Nella versione in CD l'arrangiamento sarà ancora più curato con strumenti che provengono dalla tradizione etnica da cui proviene la matrice musicale di Giulio e i Mediterraneo, arrangiamenti difficilmente riproducibili dal vivo, ma che sul CD contribuiranno, nelle intenzioni dei musicisti, a rendere la musica il più conforme possibile alle emozioni e agli stati d'animo sottesi ai testi di Luporini. Credo che alla fine ne verrà fuori un ottimo lavoro, vuoi per l'esperienza musicale dei musicisti, vuoi per i testi di Luporini, che non hanno certo bisogno di ulteriori prove e conferme.


Un'ultima annotazione riguarda la conferma che ho avuto ancora una volta di come Luporini sia attento anche alla parte musicale delle canzoni. E' stato prodigo di consigli e suggerimenti su ritmi, tempi, volumi, uso degli strumenti, dimostrando una competenza musicale insospettata e soprattutto che il suo interesse alle composizioni è un interesse a 360° e che non si ferma solo alla scrittura dei testi.

 

                                                                                           Gian Luigi Ago (2006)

 

 

 

 

 

 

 

BRUCE SPRINGSTEEN

ROMA  6 GIUGNO 2005

di Gian Luigi Ago

 

Un concerto duro, difficile, senza concessioni, senza sconti, intimo e dirompente.

Un uomo solo sul palco, con una scenografia scarna, illuminato da pochi fasci di luce, solo con la sua voce, con la sua chitarra, con la sua armonica, un piano, un harmonium e la sua fisicità . Nessun filtro: non quelli, a cui ci aveva abituato, del rock travolgente, della sua band elettrizzante, della folla in eterno movimento.

Silenzio, questo chiede Bruce e lo chiede come un favore, lo chiede per poter dare, come dice, il meglio di sé; chiede concentrazione, chiede di disporsi all’ascolto di un uomo in piena maturità che, solitario, cerca di parlarci delle nostre contraddizioni,  dei diavoli e della polvere che disgregano l’animo umano, di un mondo alla deriva, della confusione della nostra individualità, un uomo che cerca di parlare con sincerità e dolore al nostro cuore per dirci che “non è mai finita” ma che è proprio dall’intimo di noi stessi che bisogna ripartire.

E tutto il filo concettuale del concerto si dipana in questa dimensione; per questo non c‘è posto, neanche nei bis, per alcuni dei suoi solitamente immancabili classici: niente Thunder Road, niente Born to run, niente che esuli dalle tematiche e dallo spirito del concerto.

 Per oltre due ore e mezzo e con 25 canzoni Bruce tiene il palco da solo e colma il silenzio del pubblico con la sua personalità, con la sua voce, con la sua musica e fin dall’inizio il pubblico, quello dei grandi concerti, entra in sintonia con lui.

Gino Castaldo ha scritto su Repubblica, a proposito di questo concerto, del  potere sciamanico, taumaturgico di Springsteen, con una chitarra che diventa un’orchestra, ricca di armonici, risonanze, colpi proibiti, canzoni che ascoltate su disco sembrano materia inerte ma che dal vivo prendono una loro sorprendente vita, trasformandosi in un appuntamento dolorosamente necessario.

E poi la scaletta completamente rivoluzionata rispetto a quella di solo due giorni p rima a Bologna. Il concerto inizia con il suggestivo crescendo di “C’era una volta il West” e l’omaggio a Morricone prosegue con “I’m on fire” in cui l’armonica ripete il motivo di “Giù la testa”. Tra l’altro Morricone è presente in sala e con lui tanti altri musicisti, tra cui l’intero gruppo dei REM. E nella scaletta vengono distribuite insperate sorprese come “Incident on 57th street”  “Nebraska”  “Brilliant disguise” e “Lucky town” per finire il concerto con la  versione, suonata all’harmonium, di “Dream baby dream” del gruppo americano dei Suicide, una delle cose più intense della serata. E non è da tralasciare l’inedito Bruce che, al pianoforte, rivisita alcuni dei suoi capolavori come “The River”.

Il Boss è tornato, a 56 anni, con la coerenza e la sincerità, quasi unica per un artista della sua levatura, che ha attraversato tutto il suo percorso artistico fino a farlo giungere  a una visione del mondo e dell’uomo, sorprendentemente simile, per un “rocker” come lui, a quella a cui sono giunti altri musicisti, artisti e intellettuali musicalmente, storicamente e geograficamente lontani da lui e dal suo contesto socio-culturale ( e anche di questo ho già parlato qui sul Forum)

Sì, so delle polemiche per il costo elevato dei biglietti (che in linea di principio generale sento di condividere), so di chi pensa che l’arte e le emozioni si comprino a peso (una chitarra prezzo del biglietto basso, due chitarre e un pianoforte prezzo medio, un’intera band prezzo alto…) salvo poi incrementare, in altri modi, magari anche inconsapevolmente, la ricchezza dei grandi monopoli.  L’immoralità e lo sfruttamento sono dietro ogni nostro piccolo acquisto, dietro ogni nostro piccolo gesto ed è per questo che dobbiamo cercare di cambiare il mondo, la mentalità della gente, la nostra coscienza, i nostri rapporti sociali. E il concerto di Springsteen ha per me il valore di qualcosa che serve a indirizzarci su questo cammino, verso questa nuova coscienza.

Questo è il valore enormemente positivo che credo sorpassi di gran lunga il rovescio della medaglia, quello dei circuiti commerciali e della distribuzione dei concerti.

Una serata di emozioni e di riflessioni. In un mondo di completo degrado, con la visione di un futuro sempre più incerto e preoccupante, Bruce ci ha fatto capire, pur senza proclami o illusorie speranze di paradisi che ci attendono, ma anzi mostrandoci in tutta la sua miseria il livello minimo di coscienza a cui l’individuo e la società sono giunti,  che si può continuare a credere e ad avere la forza di andare ancora avanti come sempre, con passione, coerenza, speranza e utopia.

Ancora una volta, grazie Bruce!            Gian Luigi Ago (2005)

 

This train
Carries saints and sinners
This train
Carries losers and winners
This Train
Carries whores and gamblers
This Train
Carries midnight ramblers
This Train
Carries broken-hearted
This Train
Carries souls departed
This Train
Dreams will not be thwarted
This Train
Faith will be rewarded
This Train
Carries fools and kings
This Train
Hear the big wheels singing
This Train
Bells of freedom ringing

Big Wheels rolling through fields
Where sunlight streams
Meet me in a land of hope and dreams

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"FABER PRINCIPE LIBERO" a MONTARETTO

Marzo - Aprile 2005

 

 

 

 

Dall’alto delle colline che  sorvegliano la costa dopo le Cinque Terre lo spettacolo che si offre ai nostri occhi è incomparabile.

Qui sopra sorge Montaretto che è animata in un modo davvero insolito. Da qualche giorno in questo piccolo borgo arroccato sulle alture di Bonassola sono arrivati in tantissimi per visitare la mostra “Faber, Principe Libero”, allestita tra gli altri dal Comune di Bonassola , dall’associazione “Angeli Ribelli” e della Fondazione De Andrè con  il patrocinio di Provincia della Spezia e della Comunità montana della Riviera. 

 

All’inaugurazione dell’esposizione-omaggio al cantautore genovese, intorno alla moglie Dori Ghezzi, ai figli Cristiano e Luisa Vittoria, a Fernanda Pivano e Piero Milesi, è giunta una folla di ammiratori da ogni parte d’Italia, che ha mandato in tilt la viabilità locale.  “Un grande successo di pubblico che non attendevamo – commenta Luca Cozzani, Assessore comunale al Turismo.

 

La rassegna è un viaggio tra sacro e profano, simbolicamente rappresentato a Montaretto dalla chiesa di San Rocco e dalla Casa del Popolo, in un luogo antico simile a quello descritto nella “Città vecchia” di De Andrè. Ad affascinare i visitatori l’enorme murale permanente, realizzato durante la rassegna dalla società d’arte “Trasposizioni visive”, dove compaiono protagonisti della vita del borgo come il consigliere Nanni Scarrà (scomparso prematuramente lo scorso anno) e personaggi delle canzoni di De Andrè come “Bocca di Rosa”. E poi manifesti, fotografie e strumenti inediti del musicista poeta, raccolti e messi a disposizione da Mariano Brustio, collezionista e studioso di De Andrè. “Grande interesse hanno suscitato i manoscritti delle canzoni di Fabrizio, con le correzioni e le cancellature originali – spiega Silvia Laise, una delle coordinatrici della rassegna – ma la vera chicca della kermesse è stato il mandolino del cantautore, che si era fatto realizzare artigianalmente e con il quale ha accompagnato tanti suoi successi”. Uno alla volta arrivano i “musicisti” di De Andrè, quelli che hanno collaborato con lui in tanti anni e che hanno contribuito allo spessore particolare delle sue sonorità.

 

L’incontro si svolge in un clima per niente triste o retorico. Sono dei compagni di avventura di Faber che si divertono a ricordare aneddoti del loro incontro e della loro collaborazione con Faber.

L’immagine affettuosa che ne esce è di un De Andrè pignolissimo nel lavoro.

Mauro Pagani racconta come Faber fosse “ossessionato” dai quadri astrali. Quando lo conobbe, prima di “reclutarlo”, si fece dare tutti i dati della sua nascita e solo dopo aver stilato un quadro astrale preciso si decise a lavorare con lui. Aveva, ovviamente, una predilezione per gli Acquario e a questo “esame” astrologico vennero sottoposti tutti coloro che erano in procinto di suonare con lui.

 

Oltre al suddetto Pagani ci sono Ellade Bandini, Vittorio De Scalzi, Laura De Luca, Rosario Iermano, Elio Rivagli, Pier Michelatti,e altri ancora oltre al “presentatore” Piero Milesi.  

 

Ma il clou della giornata si raggiunge alla sera, quando tutti i musicisti con l’aggiunta della giovanissima e sorprendente violinista Zita, improvvisano sul palco una jam-session da brivido che trascina la gente in un entusiasmo incredibile. Risuonano le note di alcune delle più belle canzoni di Faber: quelle di Creuza de ma, cantate da un Mauro Pagani in forma smagliante. Ma tutti quanti sentono la gioia e il divertimento di essere lì e riescono a trasmettere questa loro emozione al pubblico. 

 

Mancava solo Fabrizio, ma forse no: anche lui era lì, da qualche parte……..

 

                                                                                                                               Gian Luigi Ago (2005)

 

ALTRE FOTO DELLA SERATA NELLA SEZIONE "FOTO"

 

 

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NOWHERE   

di Luis Sepúlveda

 

 

Regia: Luis Sepúlveda
Cast: Harvey Keitel, Angela Molina, Jorge Perugorría, Luigi Maria Burruano, Leo Sbaraglia, Andrea Prodan, Daniel Fanego, Caterina Murino
Musica: Nicola Piovani
Paese: Italia/Spagna/Argentina

Anno: 2001

 

Con questo film esordisce nella regia Luis Sepùlveda, scrittore cileno di sinistra tra i più amati in Europa, da sempre dedito all’impegno civile, etico ed estetico, ma costretto in passato ad un lungo esilio per sfuggire alla dittatura di Pinochet. “Responsabilità dell'intellettuale deve essere - nelle parole di Sepùlveda - mantenere una funzione di critica della realtà, dello "status quo" per procurare una forma migliore di vita".

Con questa sua prima avventura dietro la macchina da presa, l’autore racconta con le immagini il suo romanzo “Incontri d'amore in un paese di guerra", trasponendo la metafora della libertà come diritto inscindibile da quello alla vita nella vicenda dei desaparecidos dell’America Latina. Il suo sguardo si apre sulle dittature che ancora infangano il mondo: fin dalla prima scena uno de i protagonisti (Harvey Keitel) introduce al pubblico il senso della sua lotta, rispondendo alle parole di una sciamana andina sull’inarrestabile cerchio della paura che non ha inizio né fine; “No, non è reale questa eternità”, dice, “Sono le dittature a falsare il senso del tempo per convincerci che sono eterne”. 

La storia è ambientata negli anno Ottanta, in un paese latinoamericano non ben specificato. Il dittatore di turno ha ideato una sinistra manovra mediatica per giustificare la permanenza dei militari al potere. I suoi servizi segreti sequestrano in pieno giorno e in presenza di numerosi testimoni un gruppo di dissidenti formato da uno studente appassionato di boxe (Leo Sbaraglia), un cuoco omosessuale (Daniel Fanego), un professore disilluso (Andrea Prodan), un manovale delle ferrovie ex sindacalista (Jorge Perugorría) e un barbiere ebreo (Luigi Maria Burruano).
Dietro l’ordine del dittatore i prigionieri vengono condotti in una vecchia stazione ferroviaria sperduta nel deserto, chiamata “Ninguna Parte” (nessun posto), e affidati alla sorveglianza di un plotone di soldati non meno spaesati dei detenuti in quei solitari paesaggi. Ma anche lì i prigionieri riescono a salvaguardare il calore e il senso lucido dell’esistenza, finendo col fraternizzare con i loro sequestratori.

Con l’aiuto di uno strano avventuriero, chiamato il Gringo (Harvey Keitel), che preferisce l’intelligenza dell’ironia alla vigliaccheria del cinismo, di un militante della resistenza e di una giovane patriota (Caterina Murino), i prigionieri progettano la fuga, mentre la moglie dell’operaio (Angela Molina) e il compagno del cuoco, avendo capito la strategia del tiranno, si oppongono alle ricerche smorzando il clamore suscitato dal sequestro. Un passaggio difficile da capire, questo, perché costruito a partire dal principio della non-innocenza dei sequestrati, mirabilmente racchiuso in queste parole della donna: “Le persone come noi e i nostri compagni chiedono di vivere pienamente, con tutti i nostri diritti. E uno di questi diritti è antico quanto l’uomo ed è il diritto di ribellarsi contro le tirannie.

 Se questo ci rende colpevoli, accettiamo la nostra colpa con orgoglio”, come dire che proclamarli innocenti avrebbe come unico risultato la perpetrazione delle bugie propagandate dallo Stato. Ed è a causa di queste bugie che il professore di storia sceglie la morte nel campo di prigionia con un tentativo di fuga-suicidio, non potendo più convivere con la vergogna di nascondere la verità ai suoi studenti. Ma nonostante la drammaticità delle tematiche affrontate il film è fortemente ironico ed ha spunti di comicità. "Lo humor - sostiene il regista – è l'arma più terribile, più sovversiva per combattere una dittatura".  “E’ apparso san Che Guevara” dirà uno dei prigionieri dopo l’incontro con i liberatori. La storia, alla fine, diventa “un grande messaggio di ottimismo, un'allegoria della vita; parla della magnifica esperienza che è la vita, quando viene vissuta nel rispetto di tutti i diritti e della dignità” dalle parole dello stesso regista. Ed è questo il tema centrale, che tocca vere punte di poesia nei sogni e nelle speranze, anche utopiche, dei personaggi. Uno dei passaggi più intensi di questo film, in cui la bellezza della parola supera quella delle immagini, è proprio quando il cuoco ricorda, dopo l’uccisione del compagno, che

 la vita continua

fra lacrime e risate la vita continua

fra rabbia e amore la vita continua

fra la solitudine e la tristezza la vita continua

fra i giusti e i deboli la vita continua

e nulla, né una legge né un desiderio,

né una muraglia, né un oceano o un deserto

potranno mai fermare il suo scorrere infinito, nulla.

Per quelli che ci mancano e per quelli che verranno la vita continua.

Vivere compagni!

Vivere è il nostro grande compito.

 

Nowhere è un lungo viaggio nel cuore della più meravigliosa utopia, quella di realizzare da qualche parte i sogni di libertà che oggi non trovano altro spazio se non dentro l’uomo. “I mulini non ci sono più”, ama ripetere il Gringo citando Van Gogh, “ma soffia sempre lo stesso vento”.

 

CURIOSITA’

 

L'immagine che Sepùlveda aveva scelto per la locandina del film è stata "corretta", a sua insaputa, nella realizzazione del manifesto, travisando e tradendo il senso di quella scelta. Un'incomprensibile e ingiustificabile censura ad opera di mani anonime ha praticato infatti una vera e propria "mutilazione" trasformando il pugno chiuso - simbolo della resistenza comunista - dell'attore Jorge Perugorria nelle due dita aperte, segno di una più moderata pace o vittoria. Sepùlveda ha dato un nome a questi anonimi: "piccoli servitori, piccoli cani fedeli al capo della comunicazione…al capo delle televisioni".

In un’intervista lo scrittore cileno ha manifestato apertamente e senza mezzi termini i suoi timori e la sua contrapposizione nei confronti dell'attuale governo italiano e del presidente del consiglio.Durante la presentazione del film (una coproduzione italo-argentino-spagnola) ha preso ferma posizione contro la concentrazione nelle mani del capo del governo del potere della comunicazione televisiva. “La televisione, quando si fa espressione di un pensiero "unico" -afferma- è segno
della fine dello sviluppo della società italiana”.                                                     

 

Recensione a cura di rdb  (2005)

 

 

 

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Douglas R. Hofstadter

GÖdel, escher, bach:

  un’Eterna Ghirlanda Brillante

 1979

   Adelphi Edizioni

   

Questo libro  è un testo per certi versi difficile ma per altri affascinante ed avvincente, che unisce mirabilmente logica, fantasia, arte, fisica, matematica, semiotica, intelligenza artificiale e molto altro ancora.

E’ un libro essenziale soprattutto per chi si interessa di problemi logici e di intelligenza artificiale, ma anche per chi ne è completamente all’oscuro. E’ un testo che coinvolge come un libro di fantasia. Eppure ruota intorno ad uno dei più importanti teoremi moderni, il teorema di incompletezza di Gödel, di cui fornisce al lettore anche la possibilità di capire mille fenomeni della più svariata natura sottesi ad esso. E' stupefacente la chiarezza e la profondità con la quale vengono affrontati temi quali musica, matematica, filosofia, fisica. Le analogie e le relazioni espresse in questo libro sono geniali. L’autore ci illustra questo fondamentale teorema comparando anche le opere del pittore Escher e del compositore Bach e usando splendidi dialoghi-metafora, sul modello di Lewis Carrol, popolati da Achille, la Tartaruga, il Granchio e altri personaggi, che aggiungono la dimensione letteraria a quelle della matematica, della musica e della pittura.

Questo è anche un libro sulle possibilità dell’intelligenza artificiale.

"Scopo principale del libro (è perciò) indicare quale tipo di rapporti ci sono tra il software della mente e l'hardware del cervello" (pag. 329). O per lo meno indagare "se la mente, che costituisce il livello più alto, possa essere compresa senza comprendere i livelli inferiori del cervello, dai quali essa dipende e non dipende. C'è una 'paratia stagna' tra certe leggi del pensiero e le leggi inferiori che regolano l'attività microscopica delle cellule del cervello? Oppure è impossibile districare i processi del pensiero, individuandone sottinsiemi nitidi e modulati?" (pag. 335). L'ipotesi essenziale dell'IA è "che l'intelligenza può essere una proprietà del software, con proprie leggi di alto livello, che dipendono dai livelli inferiori e tuttavia sono 'separabili' da essi" (pag. 389).

Un libro che ha svelato a moltissimi lettori i fili che legano questa Eterna Ghirlanda Brillante che abbraccia  mente cervello e computer. Un libro epocale e considerato unanimemente un capolavoro.

 

Gian Luigi Ago

 

 

 

 

 

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IL GRIGIO

 di Giorgio Gaber e Sandro Luporini

prodotto dal Piccolo Teatro di Milano 

in collaborazione con 

Associazione Culturale Giorgio Gaber

 

 

 E’ in giro per l’Italia la nuova versione dell’opera teatrale “Il Grigio” di Gaber/Luporini nella nuova versione prodotta dal Piccolo di Milano e interpretata dal bravissimo Fausto Russo Alesi.

 

Non posso che confermare l’impressione che ebbi al debutto dello spettacolo al Piccolo di Milano. E’ importante sottolineare che, al momento della notizia che sarebbe stata riproposta questa nuova edizione dell’opera di Gaber/Luporini, molti manifestarono delle riserve. Tra i dubbi più ricorrenti quelli legati alla impossibilità di “replicare” Gaber e alla “distanza” di Ronconi dal modo di pensare, anche artistico, di Gaber/Luporini.

Anch’io ebbi qualche dubbio ma in ogni caso mi sembrò più giusto vedere prima quale sarebbe stato il risultato. Sul fatto della difficile interpretabilità di Gaber o della lontananza di Ronconi dallo spirito gaberiano, la cosa non mi preoccupava anzi…

Se un’opera (musicale o teatrale che sia) riesce comunque a trasmettere qualcosa (al limite anche di diverso dall’originale) vuol dire che contiene in sé un’universalità tale che le permette di essere interpretata anche prescindendo dall’autore e dalla sua cifra stilistica. E questo è per me un pregio, non un difetto. Certo, diventerà un’altra cosa, ma tutto (anche noi stessi) siamo ogni istante un’altra cosa rispetto a ieri. E’ vero che può venir fuori qualcosa di negativo e allora potremo anche criticare, ma non dovremmo in ogni caso, per farlo, fare il confronto con “Il Grigio” nella versione gaberiana. Il Grigio di Gaber/Luporini sarà senz’altro un’altra cosa rispetto a quello di Ronconi, come il Gesù di Zeffirelli è diverso da quello di Pasolini, ma questo è il bello. Queste operazioni a me sembrano stimolanti: è il testo, la parola che si libera dalla costrizione temporale e si sublima. Perché no?


Già al debutto ebbi una conferma positiva alle mie riflessioni di allora e riconfermata anche in questa nuova versione “ridotta” da due tempi di un’ora ciascuno a un atto unico di un’ora e quarantacinque .

Il “nuovo” Grigio è una grande opera teatrale. Due giovani trentenni, la regista Sinigaglia e l’attore Fausto Russo Alesi hanno compiuto un’operazione straordinaria.

Ho trovato l’’interpretazione di Russo Alesi superlativa, sia perché denota una grande capacità artistica e in lui si notano tutte le capacità tecniche di un grande attore, sia perché sa emozionare. La sua fisicità è grandiosa. Per tutto lo spettacolo ogni parte del suo corpo vibra e recita. Basta vederlo in canottiera e mutande per accorgersi che ogni suo muscolo trema e recita, perfino il suo sudore, i suoi occhi sbarrati, il tremore delle dita indicano una partecipazione e capacità recitativa da grandissimo attore.

E poi durante la rappresentazione mi sono “dimenticato” Gaber e dico questo in senso positivo: intendo cioè dire che non ho mai fatto un paragone, un confronto, perché questo Grigio è stato riletto in maniera diversa eppure fedele.

Voglio dire che il fatto che questo Grigio, nei suoi monologhi, nel suo scorrere della parola, sia lontano da quello di Gaber valorizza e “ratifica” la validità di un testo che diviene a tutta ragione un “classico” e che può quindi essere portato in scena tranquillamente da un attore molto più giovane di quanto fosse Giorgio al momento della sua proposizione dell’opera, e può essere giocato su una lettura diversa e su una recitazione che non è mai scimiottattura anche nei passi che sono chiaramente tipici dell’impostazione teatrale e vocale di Gaber.

 

Fausto Russo Alesi è indubbiamente un grande attore, il testo di G/L è indubbiamente un grande classico e la regia, addirittura giocata su una scenografia più scarna di quella originale e con alcune trovate sceniche importanti e significative, non solo non fa torto alla versione gaberiana, ma anzi ne sottolinea la grande valenza teatrale e consegna il “teatro di evocazione” al giusto posto che ha nel Teatro italiano, fugando i dubbi di quanti pensavano che quest’opera potesse contare solo per la “popolarità” di Gaber.

 

                                                                                         Gian Luigi Ago (2005)

 

 

                            

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IN DIREZIONE OSTINATA E CONTRARIA

 

 

30.01.2005

Tributo a Fabrizio De Andrè

(Gian Luigi Ago, Giulio D'Agnello,

Mauro Redini, Alessandro Sodini)

 

 

 

Domenica 30 gennaio 2005 si è svolta, nel Salone Arci di Lucca, l’anteprima dello spettacolo “In direzione ostinata e contraria” viaggio nell’opera di Fabrizio De Andrè, attraverso le sue canzoni. Lo spettacolo rientra in un “pacchetto artistico” che l’Arci  si propone di diffondere attraverso i propri circuiti.

 

Lo spettacolo è  strutturato su uno schema simile a quello del Teatro Canzone e alterna canzoni, monologhi inediti e interventi tematici. L’idea e la realizzazione, a cura di Giulio D’Agnello e  Gian Luigi Ago, si dipana lungo quattro “filoni tematici” dell’opera di Faber:  emarginazione, amore,  guerra/ potere,  morte. Ognuno di questi quattro temi è  esplicitato da un monologo e da un intervento tematico che fanno da contrappunto all’esecuzione delle canzoni (circa 15).

 

Sul palco Giulio D’Agnello alla chitarra e alla voce; un musicista versatile che dopo l’ insegnamento al Conservatorio e lunghe esperienze di musica etnica è giunto negli ultimi anni a cimentarsi con successo con la musica d’autore italiana, riscuotendo grande successo, soprattutto con i suoi spettacoli sul Teatro Canzone di Gaber e Luporini.

Ad accompagnarlo Alessandro Sodini alla fisarmonica e Mauro Redini al mandolino e al bouzuky.

 

Gian Luigi Ago ha scritto i testi degli interventi (proposti da lui stesso) e dei monologhi (recitati da Giulio D’Agnello), curando la regia dello spettacolo.

 

L’ambiente raccolto del Salone dell’Arci era comunque pienissimo e la presenza dei giovani numerosissima. Nonostante fosse un’anteprima e quindi “banco di prova” dello spettacolo e verifica per saggiare la sua scorrevolezza e per valutare eventuali modifiche da apportare, il pubblico ne ha decretato subito il successo dimostrando di apprezzare la formula non solo musicale.  Uno spettacolo che pur, non ancora rodato, ha già dal suo esordio fornito elementi di riscontro più che positivi.

 

(redaz. 2005)

 

 

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IL DOTTOR CÉLINE

di Sandro Luporini e Patrizia Pasqui

 

 

 

E’ in tour per l’Italia lo spettacolo teatrale “Il dott.Céline biografia dello scrittore curata da Sandro Luporini e Patrizia Pasqui, con canzoni di Carlo Cialdo Cappelli e interpretata da Mario Spallino.

Abbiamo avuto modo di parlare con molti di quelli che hanno assistito allo spettacolo e a tal proposito anche abbastanza a lungo con lo stesso Sandro Luporini.

Abbiamo assistito alla prima a Pisa e alla pomeridiana di due giorni dopo che era già più scorrevole nell'insieme rispetto alla precedente. Premetto che la nostra passione per Céline  rende probabilmente il nostro giudizio “viziato”. Ma crediamo di essere sufficientemente in grado di prescindere dalla nostra passione per analizzare le cose in maniera equilibrata e critica.
E allora, se guard
iamo al lavoro come impatto “gestaltiano”, dobbiamo dare un giudizio complessivamente positivo. La storia è abilmente ricavata dai due principali libri di Céline: “Morte a credito” e “Viaggio al termine della notte”.

 

La recitazione di Spallino, due ore da solo sul palco, è indubbiamente di alto livello . Per giudicare questo lavoro dobbiamo innanzitutto “dimenticarci” del Teatro Canzone di Gaber/Luporini a cui eravamo abituati. Questo è un’altra cosa per vari motivi; innanzitutto non c’è un filo concettuale legato alla situazione sociale/personale del presente, come accadeva negli spettacoli portati in  scena da GG. Questa è una “storia” che naturalmente ha comunque la sua valenza concettuale, ben evidenziata da quel “dialogo con la morte” che attraversa tutta la rappresentazione, risolto con una riconciliazione con essa, non presente in Céline, ma farina del sacco luporiniano che si riallaccia a concetti già in passato espressi insieme a Gaber.


Le critiche maggiori sono state rivolte, da
quanto sentito, alle canzoni e probabilmente era inevitabile per un pubblico per larga parte composto da “gaberiani”.

E su questo punto, come gaberiani, sentiamo di poter essere anche noi d’accordo .

Le qualità di Carlo Cialdo Cappelli in campo musicale sono indiscutibili, ma in ogni caso non possono essere giudicate riproponendo un confronto con le canzoni gaberiane.

Si aggiunga a ciò che le canzoni sono strettamente collegate al momento dello spettacolo che devono puntualizzare (l’Africa, il dollaro, ecc.).

Forse solo un paio hanno in sé una cifra “universale” che potrebbe essere ben estrapolata dal contesto e avvicinarsi alle canzoni gaberiane: la canzone d’amore su Molly e quella che riprende il concetto di “termine del mondo”. Si tenga poi conto che Spallino è soprattutto attore e che un confronto “alla pari” con il Gaber cantante (ma nel contempo anche autore) è anch’esso improponibile.

 

Questi sono i limiti principali di questo lavoro che poteva benissimo sussistere come opera teatrale, senza la parte delle canzoni.
Lascia invece un po’ perplessi la critica fatta da alcuni sul mancato uso del “linguaggio céliniano”. Il linguaggio céliniano, quello che lui stesso definiva “petite musique” viene spesso confuso con un linguaggio simile al parlato, ma in realtà è qualcosa di molto più complesso e, se vogliamo “studiato”. Il proliferare di avverbi, le inversioni sintattiche lo fanno assomigliare al “parlato” ma in realtà questi artifici letterari devono suscitare il loro “effetto” all’interno della scrittura.

Il linguaggio céliniano non può essere trasportato facilmente in un altro ambito così facilmente come si crede, nonostante sia forse il più adatto ad una trasposizione teatrale.
Da questo punto di vista, credo che l’operazione sia invece riuscita, considerando che poi chi vuole conoscere veramente Céline, dovrà per forza leggerlo. Se questo è vero per qualsiasi scrittore, lo è a maggior ragione per Céline che ha davvero rivoluzionato il linguaggio letterario.
In ultima analisi
riteniamo che sia già positivo, al di là di alcune perplessità che anche noi avvertiamo nei confronti di questo lavoro, che Luporini abbia ricominciato a scrivere qualcosa che se non è il Teatro Canzone fatto con Gaber, parte da esso per provare a intraprendere qualcosa che in un certo qual modo deriva da quella lezione. Diamo tempo e credito a questo progetto e lasciamo perdere
i paragoni con il Teatro Canzone con GG.

Quella è stata un’esperienza che in ogni caso resterà inimitabile e irripetibile. Se prescindiamo da questo confronto, pur con alcuni limiti, questo è tutto sommato un bel lavoro che può essere l'inizio di qualcosa di ancora migliore.

Tra l'altro  questa operazione è particolarmente gradita a quanti amano Céline e sanno quanto sia stato importante questo autore anche per gli spettacoli del Teatro Canzone di Gaber/Luporini.

 

 

                                                                                                                                                  Gian Luigi Ago (2004)

 

 

NATA presenta:
IL DOTTOR CÉLINE

Comune di Pisa / Fondazione Teatro di Pisa / Soprintendenza ai Beni A. A. A. S. per le Province di Pisa – Livorno – Lucca e Massa Carrara


AUTORI: Sandro Luporini e Patrizia Pasqui MUSICHE ORIGINALI: Carlo Cialdo Capelli
REGIA: Sandro Luporini
NOTE: Liberamente tratto dai romanzi di L.F. Céline
GENERE: Spettacolo teatro – canzone in due tempi INTERPRETI: Mario Spallino


>> speciale: IL DOTTOR CÉLINE <<

CONTENUTI: IL DOTTOR CÉLINE – Autoritratto è uno spettacolo in due tempi che parte dall'idea di tracciare il percorso di una vita, quella di Louis Ferdinand Destouches in arte Céline, attraverso i suoi due principali romanzi: Morte
a Credito e Viaggio al termine della notte.
La scelta di questo autore, che è stata spesso fonte di ispirazione per i lavori di Gaber-Luporini, prende spunto da una ‘mise en espace', a cura di Sandro Luporini e di Giorgio Gaber, avvenuta nel 1986 al festival
teatrale di Volterra, con protagonista Mario Spallino. In questa nuova messa in scena il testo è stato scritto da Sandro Luporini e Patrizia Pasqui, la regia sarà firmata dallo stesso Luporini e il protagonista sarà Mario Spallino. Ci si avvarrà della formula “teatro– canzone”: sono previsti infatti momenti musicali e canzoni di Carlo Cialdo Capelli.
«Nella logica del “teatro – canzone” la scelta di un autore come Céline è motivata non solo dall'interesse che abbiamo per la sua vita, ma anche e soprattutto perché il suo linguaggio ci pare molto parlato e facilmente teatrabile. In un'alternanza imprevedibile tra ironia e drammaticità, si racconta la storia della vita di Céline attraverso i suoi viaggi veri o immaginari: si potrebbe pensare che a lui bastasse chiudere gli occhi per essere già dall'altra parte della vita»


 
 

 

 

 

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L'ILLOGICA SPERANZA 

(di Giulio D'Agnello, Stefano Paiusco e i Mediterraneo)

 

E’ stato recentemente pubblicato per la Carosello Records il CD “L’illogica speranza” di   Giulio D’Agnello e Stefano Paiusco (vedi i relativi curricula nella sezione “Artisti”) con il Gruppo Mediterraneo .

I due artisti ripropongono brani del Teatro Canzone di Gaber/Luporini alternando  canzoni (eseguite da D’Agnello e il gruppo dei Mediterraneo) a monologhi (eseguiti da  Paiusco).

 La grande passione e la scelta di fedeltà filologica al “modello” originale  fanno di questo CD un tributo al Teatro Canzone di Gaber e Luporini di grande qualità e   capace di risvegliare le emozioni con cui i due grandi artisti hanno saputo nutrirci   per oltre trent’anni.

D'Agnello e Paiusco sono impegnati in questo progetto “gaberiano” da oltre un anno con concerti che hanno portato in giro per l’Italia sempre con grande successo.

 Lo stesso Luporini ha supervisionato alcuni loro lavori e manifesta nelle note di copertina  l’apprezzamento per il lavoro svolto e la sua stima per i due interpreti.

 

                                                                                                                                  Gian Luigi Ago (2004)

 

 

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RUMORE ROSA 

poesie di Claudio Lolli

 

 

 

 

 

 

Abbiamo amato Claudio Lolli per molti anni, anche se per molti è rimasto poco più di uno sconosciuto. L’uscita di questo libro è un’ottima occasione, soprattutto per i più giovani, per andare a riscoprirlo rovistando alla ricerca dei suoi CD. “Rumore rosa” (termine riferito alle frequenze artificiali che i tecnici del suono utilizzano per evidenziare la curva di equalizzazione ottimale in un ambiente destinato a ospitare una performance musicale) è un libro di 40 poesie, il primo di Lolli in questo genere, corredato da un Cd inedito di letture e sonorizzazioni curato dallo stesso Claudio Lolli e dal suo chitarrista di sempre Paolo Capodacqua. Poesie che vanno dal personale al civile, che ripercorrono e per certi versi divergono dalla produzione discografica.    Gian Luigi Ago (2004)

Claudio Lolli
RUMORE ROSA
Foto e cura di Enzo Eric Toccaceli
Stampa Alternativa

COLLANA: Eretica speciale
GENERE: Poesie con CD
pp. 104 PREZZO: 18,00 euro

 Discografia di Claudio Lolli

  • ASPETTANDO GODOT (Emi 1972 cd 1989)
  • UN UOMO IN CRISI (canzoni di morte, canzoni di vita) (Emi 1973 cd 1989)
  • CANZONI DI RABBIA (Emi 1975 cd 1989)
  • HO VISTO ANCHE DEGLI ZINGARI FELICI (Emi 1976 cd 1989)
  • DISOCCUPATE LE STRADE DAI SOGNI (Ult. Spiag. 1977 cd BMG 1989)
  • EXTRANEI (Emi 1980)
  • ANTIPATICI ANTIPODI (Emi 1983)
  • CLAUDIO LOLLI (Emi 1992)
  • NOVE PEZZI FACILI (Emi 1992)
  • PIAZZE.STRADE.SOGNI (1995)
  • INTERMITTENZE DEL CUORE (Tide Records 1997)
  • VIAGGIO IN ITALIA (Sony 1998)
  • DALLA PARTE DEL TORTO (Storie di Note 2000)

      Bibliografia di Claudio Lolli

  • GIOCHI CRUDELI (Feltrinelli, 1991)
  • NEI SOGNI DEGLI ALTRI (Marsilio, 1995)
  • ANTIPATICI ANTIPODI (Citylights Italia, 1999)
  • RUMORE ROSA (Stampa Alternativa 2004)

                                                                                                                                

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GABER, FRAMMENTI DI UN DISCORSO... 

(a cura di Micaela Bonavia)  

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

E' stato pubblicato per la Selene edizioni il libro "Giorgio Gaber, frammenti di un discorso..." a cura di Micaela Bonavia.

Parlare di una semplice raccolta di scritti, articoli e interviste a Gaber è riduttivo per questo lavoro di Micaela, che fa parte dell'amministrazione del sito www.giorgiogaber.org e che collabora con L'Adac di Modena, che cura l'archivio dell'opera del Maestro Sandro Luporini. Frutto di un lungo lavoro di ricerca e catalogazione di materiale portato avanti da molto tempo, questo libro è una vera e propria ricostruzione fatta con precisione e organicità che, dipanandosi lungo un filo di cronologia artistica, riesce a parlarci di Gaber in maniera completa e profonda proprio attraverso le sue parole. La costruzione di questo libro lascia trasparire la grande passione e la grande professionalità dell'autrice e vale molto di più di tante biografie dell'Artista. E' un libro imprescindibile per chi vuole approfondire il discorso su Gaber e da consigliare a chiunque voglia avvicinarsi alla sua opera. Assolutamente da non perdere.

 

                                                                                                                                Gian Luigi Ago (2004)

 

Selene Edizioni (Milano) - Collana "Distorsioni"

Giorgio Gaber. Frammenti di un discorso...

di Micaela Bonavia (a cura di)

(208 pagine - Euro 12,50)

 

 

 

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